Così come il Presidente Napolitano e la Banca centrale europea – la vera mandante del nuovo delitto del governo Berlusconi –, anche noi, nel nostro piccolo, aspettiamo di vedere il testo del decreto varato ieri per un giudizio più articolato. Non dimentichiamoci mai che è proprio nei dettagli che il diavolo si annida. Ma da quanto si sa, un giudizio di insieme può essere dato senza tema di smentito.
Siamo di fronte alla più pesante e ingiusta manovra economica della storia repubblicana. Se stiamo alle sole dimensioni, siamo di fronte praticamente al raddoppio di quella già esistente. Infatti, come ha dichiarato Tremonti, si vuole raggiungere entro il 2012 un rapporto deficit-Pil pari all’1,4% attraverso un intervento aggiuntivo rispetto alla manovra già varata di 20 miliardi di euro, cui si aggiungeranno altri ulteriori 25,5 miliardi nel 2013 per un totale di 45,5 miliardi. Berlusconi ha dichiarato enfaticamente che il suo cuore gronda sangue. Verrebbe da rispondergli con quel detto napoletano che più o meno dice “chiagnono e fottono”.
Ne fanno le spese pensioni, quelle in particolare delle donne, con buona pace delle finte resistenze della Lega (anticipo al 2016 rispetto al 2020 dell’aumento del requisito di età per il pensionamento per vecchiaia nel settore privato); Tfr del pubblico impiego, bloccati per due anni, nonché le tredicesime in caso di mancata riduzione della spesa; i fondi Fas (con particolare accanimento nei confronti degli stanziamenti per la banda larga e per il riassesto idrogeologico dei territori, ovvero tutto ciò che sarebbe indispensabile per una politica di sviluppo fondata sulla conoscenza e sulla valorizzazione dell’ambiente). Sul versante del lavoro si arriverebbe per decreto alla soppressione delle festività non religiose, ovvero non concordatarie, con la sparizione del Primo maggio, del 25 Aprile e della stessa Festa della Repubblica del 2 giugno, le cui celebrazioni avverrebbero nella domenica successiva. Neppure Andreotti a suo tempo era riuscito a tanto.
Nel 1977 soppresse ben sette festività religiose, compresa la celebre Epifania reintegrata poi da Craxi, ma non osò toccare nè il Primo maggio né il 25 Aprile. Possiamo solo augurarci che quelle celebrazioni sopravvivano nella forma giornate di lotta e di sciopero generale, ritornando allo spirito antico, poiché in nessun caso possono essere consegnate al mito dell’incremento della produzione annua.
Non solo, ma nel testo governativo dovrebbero anche comparire – per la felicità del ministro Sacconi – norme che permetterebbero di aggirare i processi intentati dalla Fiom contro Fiat, stabilendo la validità erga omnes degli accordi aziendali in deroga alle norme del contratto nazionale, il che rappresenta un ulteriore passo di avvicinamento verso la totale liquidazione di quest’ultimo.
A fronte di ciò impallidiscono le misure relative alla diminuzione dei costi della politica – che riguardano soprattutto l’eliminazione delle province sotto i 300mila abitanti – ; il contributo di solidarietà sopra i 90mila euro di reddito, che rappresenta più che altro la pezza per coprire il buco dell’assenza di ciò che era più necessario, ovvero l’introduzione di una patrimoniale ordinaria; oppure l’elevamento della tassazione delle rendite finanziarie del 20% ma con l’esclusione dei titoli di stato.
In sostanza, con questo secondo round, si aggrava il segno classista, profondamente iniquo e del tutto inefficace di fronte alla crisi della manovra del governo commissariato dagli organi a-democratici della Ue.
Riesce davvero difficile comprendere dove il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, intraveda quelle luci che gli fanno esprimere un giudizio così moderato e in fondo comprensivo sulla manovra governativa. Come pure è impossibile non condividere l’amara ironia che sta nella impareggiabile vignetta di Altan con cui si apriva la prima pagina di Repubblica di ieri, ove un simil-Berlusconi dichiara tremore di polso mentre sta per infilare il solito ombrello nel deretano del solito operaio di turno. Non mi resta che sperare che Bersani si sia accorto che l’avere invocato fermezza di polso, nel suo discorso dell’altro giorno alle commissioni riunite delle camere, abbia poi scatenato le peggiori pulsioni decisioniste della attuale compagine governativa. Così come sarebbe opportuno che l’opposizione attualmente rappresentata in Parlamento si facesse un serio esame di coscienza su cosa effettivamente è servito fare passare la precedente manovra in 48 ore e senza colpo ferire.
D’altro canto questo governo dato per morto troppe volte e oggi mero esecutore di decisioni prese nelle blindate sedi europee, dimostra di essere ancora in grado di sferrare i classici colpi di coda. Sarebbe bene perciò che Susanna Camusso non si limitasse ad evocare la possibilità o l’eventualità di uno sciopero. Che altro bisogna aspettare per proclamarlo, quando si è di fronte alla peggiore manovra economica degli ultimi sessanta anni? E non tema la Cgil: non resterebbe affatto isolata, come già ha dimostrato il successo dello sciopero dello scorso 6 maggio.
Ma la sinistra politica non può demandare al sindacato. Deve fare la sua parte, visto che sono ciò che resta del modello sociale costruito in decenni di lotte e la stessa Costituzione formale (gli articoli 41 e 81 in particolare) ad essere presi di mira. Lo schieramento di alternativa, sia sul piano sociale, che politico ed elettorale, si costruisce a partire dalla capacità di contrastare questa manovra. Su questo si deve misurare un nuovo schieramento di centrosinistra se non vuole scavarsi la fossa.
Alfonso Gianni




