Genova – Sono entrati a Palazzo Tursi che era già buio. Ma tant’è era impossibile che qualcuno non li notasse. E altrettanto impossibile che qualcuno non spifferasse. Così la segretezza del rendez-vous va in fumo in un millisecondo. Appuntamento già fissato, «il sindaco ci aspetta». Lorenzo Basso, segretario regionale del Pd e Victor Rasetto, omologo provinciale, raggiungono la stanza di Marta Vincenzi. È il terzo incontro a tre negli ultimi mesi. Ma è il primo dopo l’estate. Ed è il primo in cui si va dritti dritti al cuore del problema: quali sono le intenzioni della Vincenzi? Come intende muoversi e che cosa intende fare, a primarie ormai lanciate? Missione conoscitiva: questa è la motivazione ufficiale. Ma non si sa mai che si riesca a convincere Marta a fare un passo indietro e a districare una matassa che giorno dopo giorno diventa sempre più complicata.
Lei, la Vincenzi, ha più di un sassolino da togliersi dalla scarpa. Non ha gradito il comportamento di Roberta Pinotti e non lo manda a dire, ai suoi interlocutori. «Non mi è piaciuto il modo in cui è scesa in campo – dice severa – e poi la Pinotti l’ho inventata io, non ci si comporta in questo modo». Primarie sì, primarie no. Il sindaco non ha ancora sciolto l’enigma. Prende tempo, vuole pensarci ancora. Il termine ultimo: alla fine di settembre. Fino ad allora una risposta netta non arriverà. Ma una cosa è certa: «Non farò “campagna elettorale”. Non scenderò in competizione. Il giorno in cui si voterà, i cittadini troveranno il mio nome sulla scheda. E mi giudicheranno per quello che ho fatto».
Quando poi la riunione si scioglie, l’aggettivo sussurrato sulle labbra è “interlocutorio”. Marta Vincenzi non ha ancora deciso e i tentativi, non dichiarati ma ben poco celati di convincerla a farsi da parte spontaneamente, non sono ancora andati a segno.



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