Le carceri, “una realtà che ci umilia in Europa”: questa la definizione data dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La situazione delle nostre carceri è ormai stata denunciata in ogni contesto: corti nazionali e internazionali, Amnesty International e inchieste parlamentari. Anche il governo Berlusconi ne aveva preso atto dichiarando nel gennaio del 2010 lo stato di emergenza nazionale.
Ma di cosa stiamo parlando.
Stiamo parlando di quasi 68000 persone a fronte di una capienza ufficiale di poco più di 45.000 (esattamente 45.320 posti). Di queste quasi 68.000 circa 3000 sono donne e circa 25000 sono stranieri. Gli imputati sono poco più di 28000, di cui oltre metà in attesa di giudizio; i condannati con sentenza definitiva sono oltre 37000.
Occorre poi ricordare che dietro a questi numeri esistono famiglie (madri, padri, mogli, mariti e figli) la cui sorte spesso non è migliore di quella del detenuto.
Stiamo parlando di un carcere “discarica sociale”, contenitore appunto di tutti i disagi sociali dai tossicodipendenti, agli immigrati, ai malati psichici e fisici. Stiamo parlando di soggetti svantaggiati che spesso fuori non hanno neppure identità.
Stiamo parlando di un numero enorme di suicidi, dovuto alle condizioni di vita durissime. Colpa il sovraffollamento, la mancanza di spazi vitali, le precarie condizioni igieniche.
Il sovraffollamento non è un’emergenza “naturale”; lo si può imputare alla legislazione in materia di droghe, di immigrazione, di recidiva, all’uso eccessivo della carcerazione preventiva, alle carcerazioni di pochi giorni e a tutte le leggi emanate dal governo Berlusconi e orientate alla logica della “tolleranza zero”, ma anche alla mancata applicazione di leggi in vigore (come la Smuraglia e la Gozzini ad esempio).
Il sovraffollamento è il risultato di scelte politiche (criminali) che vedono nel carcere la prima risposta sanzionatoria. Si scegli il carcere rispetto alle misure alternative alle detenzione (pur sapendo che queste ultime sono in genere più efficaci e generano meno recidiva).
Il nostro partito non può non farsi carico di questa questione; non può non farsene carico perché stiamo parlando di diritti umani, ovvero dei diritti fondamentali di ogni individuo, che in carcere (anche nelle nostre carceri genovesi) spesso non vengono rispettati.
In alcuni Paesi nordeuropei per contrastare il sovraffollamento si sono aperte “le liste di attesa” (se non è possibile garantire una detenzione rispettosa della dignità umana il detenuto deve essere liberato).
I sovraffollamento crea grossi problemi agli istituti penitenziari, rendendo il carcere invivibile non solo per i detenuti ma anche per gli operatori penitenziari.
Non è possibile nell’attuale condizione di detenzione assolvere alla funzione assegnata dalla Costituzione ovvero “la rieducazione dei detenuti.
Gli istituti di pena mancano di manutenzione; se a questo si aggiunge il sovraffollamento, vi è ovviamente un progressivo deterioramento della vivibilità sia delle celle che di tutte le risorse disponibili. E’ un fatto grave se si tiene conto che le persone detenute sono quasi sempre provenienti dagli strati sociali più poveri e marginali, privi di supporti esterni in grado di dare risposta alle esigenze primarie di sussistenza (vestiario, alimentazione, igiene, ecc).
Per continuare a comprendere i problemi del carcere sono necessarie anche alcune altre informazioni. Ad esempio forse non tutti sanno che ogni detenuto ha a disposizione beni e servizi per un totale di 13 euro al giorno. Scorporando le voci di spesa si scopre che pi pasti rappresentano la voce maggiore (3,95€ al giorno), voce seguita dai costi di funzionamento, ossia luce, gas, acqua, telefono, riscaldamento, pulizia locali pari a 3,6€ al giorno. Poi ci sono le “mercedi dei lavoranti” ovvero quei compensi che l’amministrazione penitenziaria corrisponde ai detenuti addetti alle pulizie, alle cucine e alla manutenzione ordinaria. Ebbene questi compensi che ammontano a poco più di 2 € al giorno (ma importanti perché contribuiscono a garantire una piccola entrata che allevia le condizioni di vita in carcere) sono diminuiti negli ultimi due anni (nel 2010 per i servizi di funzionamento erano stanziati 85 milioni l’anno e ne sono stati spesi soltanto 54). Risultato meno lavoro per i detenuti; più sporcizia e incuria negli istituti.
Se poi vogliamo analizzare il capitolo “rieducazione” la spesa è davvero irrisoria: alla voce “trattamento della personalità e assistenza psicologica” troviamo un investimento di 2,6€ al mese. Stiamo parlando di 8 centesimi al giorno. Appena un po’ di più e il costo che si sostiene per le “attività scolastiche, culturali e ricreative”: 3,5€ al mese.
Ad oggi, pur in presenza di tutti questi dati, nessun Governo ha mai parlato di trasformazione del sistema penale e ha mai tentato di bloccare la crescita del ricorso al carcere. Questo è un dato di fatto.
Ciò che il nostro Partito può fare è spingere con forza sul fronte delle riforme legislative e sulle politiche sociali. Bisogna operare per “umanizzare il carcere” e perché vi sia “ricorso al carcere solo per i delitti più gravi”. Cosa può servire il carcere ad un tossicodipendente o a un malato mentale (me lo sono chiesto ogni volta che ne ho incontrato uno in carcere)? In carcere i tossicodipendenti sono un numero elevato : ebbene 10000 di questi oggi potrebbero fruire di una misura alternativa sulla base di un programma da svolgere in comunità o presso un servizio pubblico, con risultati utili al sovraffollamento delle carceri, alla persona nel senso del vantaggio terapeutico e ai costi per l’amministrazione penitenziaria (a cui costano 3 volte tanto).
Tanti detenuti, non solo i tossicodipendenti, sarebbero nelle condizioni di poter accedere a pene alternative se vi fossero le condizioni esterne per poterlo fare. Ma queste condizioni sono praticabili se fuori si ha una famiglia, una residenza o la possibilità di trovare lavoro. E questo è un altro grande capitolo da aprire ed approfondire che lascerei alla nostra discussione.




