di Roberto Musacchio

Non c’è dubbio che la previsione su cui SEL ha costruito tutta la sua politica di fase erano le elezioni politiche ravvicinate.

Questa ipotesi, per dirla con Popper, è stata falsificata dai fatti. In politica le previsioni contano e sbagliare sul che cosa sta per accadere non è cosa di poco conto.

Vorrei pregare chi ha la pazienza di leggere queste note di non considerarle per quello che non sono e cioè un momento di polemica interna. Vorrei provare invece, essendo stato uno di quelli che ha voluto che SEL nascesse, e avendo maturato però una distanza crescente dal suo modo di essere, a vedere se si può ancora ragionare insieme.

Quando dico che si è sbagliata la previsione, non dico che le elezioni anticipate non dovessero essere augurabili. Anzi, in questi anni, ho scritto io stesso più volte che erano necessarie ed auspicabili. Ma non probabili. Perché?

Prima perché ritenevo che Berlusconi non avesse interesse a farle, e le opposizioni fossero troppo subalterne per imporle. Poi, però, perché si è cominciata a manifestare una crisi radicale, economica sociale politica e democratica, che spostava tutto l’assetto delle forze in campo. E spostava l’asse politico della fase verso l’Europa tecnocratica come luogo delle decisioni.  Verso la “sospensione” della democrazia, come modo per assumerle. Verso una ulteriore, drastica e qualitativamente, oltreché quantitativamente, mai vista prima,  rottura dei vecchi compromessi sociali, come sostanza delle decisioni stesse.

Devo dire che la riflessione su questo processo mi è parsa, anche in SEL, assolutamente inadeguata. Alla domanda, che mi appariva sempre più pressante, sul come si pensasse di governare in modo alternativo, io non ho sentito risposte, almeno per me, convincenti. E quando dico convincenti, dico risposte che non si limitino a dire che occorre trovare un modo alternativo di pagare.

Giusto, ma insufficiente, perché se non si rimuove il sistema che vive di speculazione sul debito non si esce da questo quadro. L’assenza di una idea alternativa di governo, all’altezza dei problemi, e dunque di dimensione europea e sistemica, ha inciso non poco nell’ “inerzia” della fase, remando contro le elezioni anticipate e favorendo la soluzione poi realmente realizzatasi, e cioè il governo Monti.

E la caduta di Berlusconi si è avuta quando è maturata questa alternativa e non altre. Soluzione, quella di Monti, per altro fortemente spinta dalle elites europee, a partire da quelle tedesche, che “tifano” per grandi coalizioni ritenute le uniche in grado di reggere l’impatto della fase così dura.

Basta seguire un po’ di dibattito politico tedesco per saperlo e prevedere che dopo quella realizzata nel Land di Berlino la grosse koalition apparirà sullo sfondo per il Bundestag. La subalternità del socialismo europeo a tutto ciò è stata ed è impressionante, e lascia sul campo altri due dei pochissimi governi socialisti rimasti, quello spagnolo, che perde le elezioni e il rapporto con gli indignados, e quello greco. Con quest’ultimo che lascia il passo ad una grande alleanza comprensiva dell’estrema destra e sotto la presidenza di un uomo della BCE. E questa subalternità fa sì che tutto il pacchetto europeo, il six pack, che dà corpo a Europlus, per intenderci quello che rende le lettere della BCE e del Commissario agli affari finanziari ordinaria prassi di governance, è passato praticamente senza colpo ferire.

Per di più in Italia, l’Italia della Seconda Repubblica, la crisi di ruolo della politica si è addirittura aggravata rispetto a quella della Prima Repubblica e rende la soluzione “tecnica” come più “auspicata” rispetto a quella politica.

I partiti della seconda repubblica, connessi al sistema maggioritario, sono diventati ancor di più mere coalizioni elettorali senza per altro recuperare stima popolare.

Il deficit democratico si è addirittura accresciuto e non a caso il governo tecnico si impone “facilmente”.  Qui c’è un nuovo punto di sofferenza, per me. Lungi dal discutere delle degenerazioni della seconda repubblica e sulla sua crisi, SEL ha deciso di assumere come suo campo identitario uno dei suoi pilastri e cioè la cultura e la politica del maggioritario.

La previsione delle elezioni a portata di mano si è fatta talmente prevalente dal far considerare, ed assumere, in modo per altro “frettolosi”, atti per nulla scontati, a mio avviso anche rispetto al congresso di Firenze, come l’adesione al referendum maggioritario e al “nuovo ulivo”. Una sorta di “opportunità” che fa virtù.

Politica corsara? Non direi. Piuttosto mi pare un eccesso di tatticismo che finisce col cambiare la natura del soggetto.

Quando Bersani propose per la prima volta il nuovo ulivo, SEL non aderì così risolutamente come è accaduto poi con la “foto di Vasto”. E questa mi appare una pura involuzione che àncora SEL al vecchio della vecchia fase senza per altro incidere sul corso degli eventi. Quella foto non ha per nulla portato alle elezioni né impedito il governo tecnico. Al contrario la debolezza strategica dell’impianto del centrosinistra si conferma ancora una volta e  fa sì che anche “nella tattica” Bersani possa traslare da Vasto a Monti.

C’è un approdo di SEL tutto interno al centrosinistra, sovrapposto, forse anche gerarchicamente, alla ricostruzione di una sinistra autonoma, alternativa e di massa. Anche qui senza nessuna riflessione ponderata sull’esperienza del centrosinistra che pure ha condiviso, governando per 8 anni, questa lunga fase segnata dal berlusconismo e dalla costruzione di questa Europa, senza saper invertire il trend ed anzi fallendo sostanzialmente più volte, e in varie forme, la prova del governo.

Proprio dal fallimento di quella fase nasceva l’esigenza di una diversa esperienza per ripartire, e invece ci si accontenta di una aggettivizzazione, il solito “nuovo”. Abbiamo imparato dai tempi dello scioglimento del Pci che non basta definire nuovo qualcosa per cambiarne la natura storica.

Quando si chiede, all’apertura di una nuova fase, che Monti sia un governo di breve durata, e si viene nuovamente smentiti dai   fatti, si mostra che ancora una volta non si comprende appunto la natura nuova della fase. Non solo Monti non nasce per essere breve, ma anzi la sua spinta è a ristrutturare tutta la politica in funzione di questa nuova fase, europea, e di una terza repubblica italiana. Con al centro l’opzione di rendere impraticabile qualsiasi alternativa sostanziale rispetto a politiche sempre più “TINA”, there is not alternative, non c’è alternativa. Opzione che si può incarnare in grandi coalizioni, che sono quelle auspicate, o in bipolarismi sostanzialmente omologhi.

Se si dice che rispetto a tutto ciò si continua a far leva su Vasto, e cioè sul centrosinistra, per me si dice che si fa leva su niente, su qualcosa che appartiene al passato. Un passato che ha prodotto una lunga stagione che in Italia va da Ciampi a Monti e non a caso ha visto la sinistra sempre più marginale e il corso degli eventi sempre più dominato dalla rivoluzione conservatrice. Ma un passato che non è poi molto migliore in Europa vista la crisi del socialismo europeo.

Pensare a Monti come una parentesi è un grave errore. L’Italia che verrà fuori da questa esperienza sarà infatti molto diversa. Pensiamo solo a cosa significherà il fatto che sarà stato inserito il pareggio di bilancio in Costituzione con un voto che sarà così ampio che non permetterà neanche di avere un referendum confermativo.

Né vale la nuova variante tattica e cioè che così si determinerà il big bang del PD. La mia previsione è che il PD non si romperà e che invece sarà tutto intero subalterno alla ristrutturazione del centrodestra. E la baso su fatti strutturali: se non c’è una alternativa reale alle politiche dominanti, forze politiche che sono incapaci di questa alternativa, sono spinte oggettivamente e soggettivamente a  coogovernare le politiche prevalenti. E temo che questo accadrà in Italia come in Germania.

Questa situazione non può essere cambiata se non rompendo quello che Bertinotti chiama il recinto. Il recinto è il paradigma del pensiero unico della rivoluzione conservatrice che, in particolare in Europa, ha devastato le sinistre costringendole alla resa o all’impotenza. Se non si opera questa rottura non c’è alternativa, neppure di governo e tanto meno di società, che stia in piedi.

La mia idea di SEL era quella che nascesse per rompere questo recinto lavorando ad una sinistra che fosse proiettata in una esigenza del futuro, in Italia e in Europa, e lavorasse a ricostruire nella società una alternativa poggiata sui movimenti reali. L’esatto opposto che l’autoconfinarsi  nei vecchi schemi del centrosinistra o del socialismo europeo.

Ormai da tempo temo che abbiamo pensato cose diverse nel dar vita a SEL. Venivamo da una sconfitta tremenda che ci aveva portato addirittura fuori dai Parlamenti. Ma soprattutto venivamo dalla sconfitta di non essere riusciti a dar vita a quel cambiamento per il quale, pure con tanta passione, ci eravamo battuti. Proprio  per questo non mi basterebbe proprio il pur auspicabile ritorno in Parlamento delle sinistre. ma vorrei  che tornasse la possibilità di cambiare. Che è poi quello che chiede il famoso 99%.

 

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This entry was posted on lunedì, dicembre 5th, 2011 at 16:02.
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