Le pressioni dell’AGCom, l’Autorità garante delle Comunicazioni, presieduta da Corrado Calabrò, ma soprattutto del popolo della Rete, che ha trovato comunità d’intenti con diversi deputati ed esponenti politici dei più vari schieramenti, hanno dato qualche risultato. Il tanto paventato “filtro” al web promosso in prima istanza dal Decreto Romani, che avrebbe trasformato l’Italia nel fanalino di coda europeo (e non solo) in materia di libera circolazione delle idee e delle opinioni su Internet, è stato smussato e ridimensionato, allargandone le maglie quanto basta, attraverso la presentazione in Senato di un emendamento correttivo, da permettere a tutti gli utilizzatori del web di tirare un sospiro di sollievo.
I cambiamenti al testo del Decreto di legge in materia di vigilanza e controllo sull’uso di Internet, sono stati presentati alla Commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni del Senato dal senatore PDL Alessio Butti, che ha affermato di voler portare la massima trasparenza nelle operazioni di governo in materia di “governance” della Rete. “Nessuna censura” ha dichiarato Butti, “e nessun controllo preventivo. La libertà della Rete resta intatta”.
Evidentemente il clamore suscitato dalle proteste non solo delle autorità di garanzia, ma di tutto quel popolo del web che considera ancora (per fortuna) la Rete un mondo libero e di fluida circolazione delle idee, senza filtri governativi capaci di farci assomigliare a Paesi quali la Cina o l’Iran, è servito a dare una scossa ai nostri governanti, che hanno fatto una bella marcia indietro, almeno per ciò che riguarda alcuni punti sostanziali del Decreto.
Secondo questo nuovo emendamento, infatti, vengono esclusi dalle nuove normative alcuni veicoli mediatici tipici del web come i blog, i giornali online e in versione digitale, i motori di ricerca, e comunque tutti quei media audiovisivi (come le web TV e i servizi di Live Streaming), che possono garantire un’informazione libera e omogenea.
Il senatore Butti ha assicurato che ora il Decreto riguarderà solo i servizi e le strutture basate sul meccanismo dell’on-demand, anche se restano da chiarire ancora diversi punti, come per esempio la tutela del controllo finale sui contenuti da assoggettare alle nuove normative (esempio classico: chi vigilerà sui contenuti di YouTube o di altri distributori di filmati, fatti circolare sui siti italiani, se la materia trattata si dimostra in conflitto con le leggi vigenti nel nostro Paese? E su chi ricadrà la responsabilità? Sul distributore di contenuti, sul gestore della piattaforma che li ospita, sui fruitori… o su tutti?).
Secondo Butti, sarà proprio l’AGCom a dover verificare le responsabilità e attribuirle agli attori coinvolti (in pratica viene assegnata all’agenzia di Calabrò la delega in materia di assegnazione delle autorizzazioni per la diffusione di materiali audiovisivi su web Tv e servizi di streaming) ma fino a quando non si verificheranno le modifiche al Decreto non sarà possibile avere perfettamente chiara la logica di questa affermazione.
Da parte sua, il Viceministro alle Telecomunicazioni, quel Paolo Romani che ha dato il nome al famigerato Decreto, si è detto soddisfatto delle modifiche apportate, augurandosi che servano a spegnere le fiammate che sono divampate attorno alla sua proposta di legge.
Certo che se ci avesse pensato meglio un po’ prima… forse saremmo stati tutti più tranquilli.


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