Dal sito di Sinistra Ecologia Libertà nazionale riprendiamo questo interessante articolo di Sergio Boccadutri, tesoriere di Sel.
Il finanziamento pubblico della politica è necessario. Parto da qui. Come sono necessarie e urgenti norme che impongano a chi riceve soldi pubblici trasparenza assoluta, limitazioni e responsabilità. E soprattutto sobrietà, come quella che noi di Sinistra Ecologia Libertà imponiamo a noi stessi e di cui parlerò più avanti. Stefano Rodotà, in un articolo uscito su Repubblica.it, ha spiegato il motivo in modo semplice e lucido:
“Ma una politica tutta affidata solo al contributo dei privati è fatalmente destinata alla dipendenza del potere economico, alla creazione di diseguaglianze. Questo tema è stato affrontato mille volte, ed è all’origine delle discipline sul finanziamento pubblico esistenti quasi ovunque, accompagnate però anche da limiti severi alle spese elettorali”.
Su questo punto, però, ritengo sia doveroso entrare ulteriormente nel merito.
Luigi Zingales, economista che certo non sta nel campo di chi ritiene che il liberismo sia un modello economico da superare, sulle colonne del Sole24Ore, ha scritto un editoriale nel quale, dopo alcune condivisibili valutazioni sulla “qualità” della politica, scrive – riporto testualmente –“…il finanziamento della politica non può venire lasciato interamente al mercato”. Per poi continuare “…se Bill Gates decide di finanziare massicciamente un candidato, aumentandone la probabilità di vittoria, questo influisce sulla nostra libertà di scelta” e prima di terminare con una proposta da approfondire (vi raccomando la lettura dell’articolo davvero interessante), esplicita senza giri di parole “C’è la necessità di regole e c’è la necessità di un contributo pubblico”.
Si ribadisce la necessità di regole, quindi, e, parallelamente, la necessità che lo Stato finanzi – entro certi limiti – la politica. Quale “prova a contrario” di questo ragionamento prendiamo quel che è accaduto il 21 gennaio 2010 negli Usa, quando la Corte Suprema ha cancellato una norma del 1907 che vietava alle corporation e ai sindacati americani di finanziare le campagne mediatiche dei candidati, sfondando i margini, quindi, non solo ad un mare di finanziamenti privati che condizioneranno le decisioni politiche sulla base di interessi di pochi e non di molti (tanto che Barack Obama commentò la decisione con parole pesanti: “una grande vittoria per le compagnie petrolifere, le banche di Wall Street, le compagnie assicurative e altre potenti lobby che ogni giorno cercano di soffocare la voce degli americani comuni”), ma che scatena soprattutto un aumento delle spese per la campagna elettorale che supererà facilmente le cifre già mirabolanti che i candidati spendono per ogni elezione.
E come molti hanno sostenuto, se una persona è disposta a spendere per una campagna elettorale dieci volte la cifra dell’indennità prevista per la carica, significa che un problema c’è.
La stampa ha su questo dibattito un ruolo di primo piano sull’opinione pubblica, al di là delle inchieste, sulle quali il diritto di cronaca va sempre salvaguardato, col solo limite del rispetto della dignità personale.
Probabilmente l’assenza di autoregolamentazione da parte di alcuni partiti e di opacità della loro gestione ha contribuito a delegittimare il sistema del finanziamento ai partiti e della politica stessa per traslazione, ma non è corretto assecondare chi dice che “tutti i partiti rubano”, come è altrettanto scorretto chi, scrivendo della politica, usa un tono per cui il dato della truffa è ontologico dei partiti. Ci sono partiti nei quali la discussione sui bilanci è seria, approfondita e trasparente. Ci sono regole che vanno e sono rispettate, e quando non lo sono, è giusto che intervenga la magistratura, esattamente come per qualunque violazione di legge. Dire che “i partiti possono agire senza rendere conto a nessuno” è una sciocchezza. Dirlo significa prendere in giro i cittadini, far passare, con dolo, un’idea della gestione di un partito politico totalmente falsata. Ma è fare un torto, se possibile ancor più grave, anche nei confronti di quegli iscritti e militanti – cittadini anche loro – che ogni giorno, e sono ancora tanti, spendono il loro tempo libero e si impegnano – senza alcun rimborso spese e spesso rimettendoci anche del proprio – nel costruire iniziative per diffondere le idee e le proposte. Se queste falsità sono dette da un politico, ciò qualifica la sua pessima idea della democrazia, se le scrive un giornalista è anche più grave per l’impatto che ha sull’opinione pubblica.
Infatti alcuni giornalisti hanno scritto e rappresentato la realtà non tanto guardando a dati di fatto, ma prendendo parte al dibattito fino a diventare dei “professionisti dell’anticasta”.
Un esempio su tutti è il modo in cui è stata rappresentata la comparazione coi paesi europei.
Negli ultimi giorni Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, servizi giornalistici televisivi – ad esempio Matrix l’altra sera – hanno rappresentato la comparazione in modo parziale, tale da indurre il lettore/spettatore in un errore di valutazione della realtà attuale.
Per l’Italia è sempre riportato in tutti i casi il dato di rimborsi elettorali del 2010 pari a euro 285.008.221,99 che tiene conto di una norma abrogata definitivamente, quella della prosecuzione dei rimborsi anche in caso di interruzione anticipata della legislatura.
Non si capisce perché nessuna delle suddette testate, che hanno redazioni e collaboratori a disposizione, si sia presa la briga di andare a verificare i dati del 2011, disponibili da diversi mesi in Gazzetta Ufficiale (1 e 2).
E allora sarebbe stato forse utile riportare anche, sottolineo anche e non solamente, il dato del rateo 2011 relativo a tutte le competizioni elettorali che è di euro 179.889.149,32.
Inoltre gli stessi giornali omettono di riportare che nella comparazione con altri Paesi, ci sono soldi pubblici destinati alle fondazioni collegate ai partiti. Per chi avesse voglia di approfondire consiglio di leggere questo documento del Servizio Biblioteca – Ufficio Legislazione straniera della Camera dei Deputati. Si scoprirebbe che la spesa pro capite dei contributi pubblici alla politica è la seguente:
| GERMANIA | ITALIA | SPAGNA | FRANCIA |
| € 5,64 per abitante | € 2,97 per abitante | € 2,84 per abitante | € 2,46 per abitante |
Invece di agitare i soldi pubblici alla politica in quando “scandalo” sarebbe stato più utile discutere serenamente delle regole – necessarie – per assicurare che i fondi siano destinati appunto alla politica e non ad affari privati.
Ciò che guasta al ruolo dei media, sono certi titoli e certe semplificazioni.
Repubblica.it qualche giorno fa titolava “Rimborsi elettorali, due miliardi ai partiti Come la copertura della riforma del lavoro” e il direttore del Corriere della Sera, intervenendo ad Agorà, difendendo la necessità di un finanziamento pubblico della politica, ribadiva però che il cosiddetto cashflow (le disponibilità liquide) sono eccessive a fronte delle difficoltà che hanno gli imprenditori, ad esempio, ad ottenere i loro crediti dalla Pubblica Amministrazione. Ma purtroppo l’esempio non è dei migliori perché il cashflow non vuol dire nulla, infatti non corrisponde affatto ad un avanzo di bilancio!
Se tutto questo suscita scandalo ai giornalisti, non si capisce il motivo per cui gli stessi giornalisti non abbiano pensato bene per anni di chiedere con la stessa solerzia ai loro editori di restituire le milionate di euro – risparmiate a carico dello Stato – che hanno consentito non solo di pareggiare bilanci, ma produrre profitti e distribuire dividendi.
Sto parlando di una norma “sospesa” dalla fine del 2010 e fino a fine 2012, relativa ai contributi indiretti all’editoria che hanno permesso importanti anche agevolazioni postali per gli abbonamenti, con un pari esborso da parte dello Stato alle Poste a compensazione della differenza con la tariffa ordinaria.
Cioè per dirla tutta il buco tra la tariffa agevolata di un abbonamento e il suo costo reale è stato per lungo tempo addossato a tutti i contribuenti e non all’abbonato. E a proposito di trasparenza trovare i dati anno per anno è un’impresa impossibile, mentre l’unico elemento di pubblicità richiesto è una dicitura (piccolissima) sotto la testata con il riferimento di legge dopo le parole “spedizione abb. postale”.
Il dato del 2005 lo conosciamo con certezza perché riportato da un’indagine conoscitiva dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, si tratta di una somma pari a 174 milioni di euro!
Ecco quanto hanno preso alcuni di queste società editoriali iscritte al ROC (Registro degli operatori di comunicazione):
IL SOLE 24 ORE S.p.A. 17.822.223
R.C.S. QUOTIDIANI S.p.A. 13.763.592
ARNOLDO MONDADORI EDITORE S.p.A. 18.877.876
il GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO S.p.A. 4.689.442
Qui trovate il documento dell’indagine conoscitiva dell’AGCM:
Sul Corsera Sergio Rizzo conclude un suo articolo su questo argomento, rivolgendosi ai “politici di turno”: “Se ne facciano una ragione: discutiamo di cose serie, non di favole”.
Di certo non sono favole, ma milioni di euro quelli che hanno risparmiato a carico dello Stato le società editoriali nel 2005 così come negli anni successivi. Su questi Rizzo non dice nulla. Inoltre nel suo articolo si dicono due cose molto importanti:
che nel 2011 Rcs quotidiani ha beneficiato di agevolazioni sulle tariffe telefoniche e di un credito di imposta sugli acquisti di carta pari a 2.839.000 euro. Non proprio bruscolini.
E poi rispetto alle agevolazioni postali che nel 2010 spedire una copia del Corriere costava 24 centesimi contro i 57 della tariffa piena. Mentre oggi il prezzo è salito a 41 centesimi. Inoltre aggiunge che “non c’è libertà di scelta: il servizio è tuttora sostanzialmente in monopolio gestito da Poste Italiane”.
Chi copre la differenza tra i 41 centesimi attuali di costo e i 57 della tariffa piena? E soprattutto non è proprio vero che il regime postale è in monopolio alle Poste Italiane, infatti si tratta di un settore liberalizzato, quindi se un editore volesse rinunciare alla compensazione potrebbe rivolgersi ad un altro operatore postale.
Detto questo, perché lo Stato per anni ha ritenuto di finanziare con denaro pubblico – e dentro certi limiti e criteri – le attività editoriali? Perché, giustamente, bisogna tutelare la libertà di stampa. Io non mi scandalizzo per questo, non si capisce perché allora alcuni giornalisti si scandalizzino se lo Stato finanzia la politica – sempre dentro limiti e criteri – per evitare che la facciano soltanto i ricchi o magari gli evasori fiscali.
Queste cose noi le possiamo dire, perché noi proponiamo da tempo alcune proposte che qui sintetizzo:
- Pubblicità dei bilanci e dei rimborsi di ciascun partito anno per anno sul sito della Camera
- Controllo annuale da parte della Corte dei Conti, che può richiedere al partito chiarimenti e/o documentazione.
- Sanzione amministrativa pecuniaria da valersi sui rimborsi da erogare, nel caso il partito abbia cessato di percepire il rimborso elettorale, la sanzione pecuniaria viene applicata al tesoriere, qualora le irregolarità siano state commesse con dolo.
- Pubblicità delle erogazioni da privati pari o superiori a 5 mila euro.
- Limiti per utilizzo dei rimborsi elettorali, non utilizzabili mai in nessun caso per investimenti finanziari o immobiliari, neanche per comprarsi la sede! Limiti per le spese personale e gestione ordinaria.
- Tetti e controlli per le spese di ogni campagna elettorale, e relative sanzioni fino a decadenza dell’incarico.
Sinistra Ecologia Libertà ha sempre pubblicato i suoi bilanci, e gli unici rimborsi elettorali che prende sono quelli relativi alle regionali del 2010, non ha mai avuto quindi un euro da quella norma (ora abrogata) che consentiva la proroga dei rimborsi ad interruzione anticipata della legislatura.
Inoltre Sel, nonostante il milione di voti ottenuti alle Europee del 2009, prende zero euro per quelle elezioni, perché lo sbarramento, oltre ad agire sulla rappresentanza, ha agito anche sul rimborso elettorale. Attenzione: quei soldi non è che lo Stato li abbia risparmiati, se li sono spartiti le liste che hanno superato lo sbarramento del 4%.
Sel non fa certificare i bilanci da una società di revisione, semplicemente perché a fronte di un rimborso di 763mila euro ci costerebbe troppo, e noi quei soldi li vogliamo usare per fare politica. Non solo, ritengo che una società, certamente seria e indipendente, potrebbe non essere “terza” in quanto nominata (e pagata) del partito medesimo, e che, operando soltanto dei controlli “a campione”, non garantisca quella trasparenza che per noi è un elemento fondamentale. Ovviamente – qualora una di codeste società certificate dalla Consob – volesse farlo “gratis et amore Dei” non ci opporremmo, anzi. La nostra documentazione è a disposizione.
Sel non vive di solo finanziamento pubblico, ma anche delle sottoscrizioni di migliaia tra iscritti e sostenitori che nel 2011 hanno versato circa 700mila euro. Anche, ma non solo, per questo, l’attività politica di Sel è sobria, punta al coinvolgimento e al sostegno dei cittadini alle sue campagne e alle sue proposte.
Infine, penso sia doveroso spendere una parola sull’entità dei rimborsi, che a regime nel 2012 saranno di 140 milioni di euro l’anno (la metà dei 285milioni del 2010).
Anche questo è un punto agitato in modo improprio. Tornando alla tabella comparativa con Germania, Francia e Spagna si evince come i soldi per la politica siano superiori ai costi delle campagne elettorali anche a livello europeo, o perlomeno nei paesi politicamente più simili al nostro.
Pensare di ridurre i finanziamenti esclusivamente alle spese elettorali significa dire che un partito è un “comitato elettorale”. Ed è forse quello l’obiettivo cui si mira in questo momento. Oltre alle elezioni amministrative, per le quali non è previsto alcun rimborso, un partito svolge attività su tutto il territorio nazionale ogni giorno, anche – guarda caso – nell’intervallo tra una campagna elettorale e un’altra.
Sinistra Ecologia Libertà ha le carte in regola, dalla trasparenza e dal pieno utilizzo di tutte le risorse ricevute fino all’ultimo euro a sostegno della sua iniziativa politica. Noi, a differenza di chi – anche in modo populista – agita la bandiera del taglio dei finanziamenti pubblici, non abbiamo acquistato sedi e non abbiamo investito un euro del rimborso elettorale in titoli pubblici.
Sel non ha alcuna difficoltà a discutere nel merito ogni proposta anche con una rimodulazione complessiva dell’intervento pubblico a sostegno dell’attività politica. Noi vogliamo una politica pulita, e una politica è pulita se è sobria. Perché la politica non è un mestiere, né soprattutto un modo per arricchirsi personalmente.
Ma una politica può essere pulita solo se tutti sono nelle condizioni di potervi accedere, assicurando ad esempio che lo Stato copra le spese di alcuni servizi, o ancora collegando il finanziamento pubblico di un partito alla sua capacità di raccogliere donazioni dai cittadini, come propone Zingales nell’articolo che ho citato .
Il finanziamento della politica è un nodo centrale della partecipazione democratica, e solo discutendone in modo serio e costruttivo si potrà dare finalmente applicazione all’art. 49 della Costituzione: Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
Sergio Boccadutri






