Archivio per Sinistra e Libertà

Dopo il 15 ottobre – Riprendiamoci la parola, a viso scoperto

Il mondo festeggia in corteo la forza di un movimento di protesta contro la crisi, mentre Roma è avvolta dalla paura e dalla violenza.

Oggi dopo le violenze in piazza, è più difficile di ieri rilanciare al mobilitazione, allargarla e farne sentire le ragioni. Ma noi non vogliamo farci togliere la parola e lo spazio per sviluppare la nostra lotta.

Eravamo in piazza insieme agli studenti, ai lavoratori e lavoratrici, ai precari/e, ai migranti, con i nostri corpi e con i nostri bisogni per sostenere che non siamo noi a dover pagare le scelte i costi economici, sociali e politici di chi ha determinato la crisi.

Eravamo in piazza per portare la storia e le ragioni delle nostre lotte contro un sistema di governo neoliberista che produce soprusi e ingiustizie in ogni parte del mondo e colonizza i nostri desideri, la nostra socialità, le nostre vite. Siamo dentro questo movimento, indignati, nauseati da questo governo, esausti per la precarizzazione delle nostre vite, eppure, anzi, proprio per questo, eravamo a volto scoperto, con le mani occupate a dare volantini, che spiegavano le nostre ragioni e la nostra mobilitazione, e a distribuire adesivi sui quali avevamo scritto: “Trasformiamo la nostra rabbia in politica”, “Se non posso ballare non è la mia rivoluzione” e “Una rivolta nonviolenta contro il neoliberismo”.

Ma il fumo nero appiccato da pochi ha cancellato il volto e le ragioni di tanti e tante che insieme manifestavano la propria opposizione e proposta alternativa.

Come noi, la maggioranza del corteo, persone che hanno scelto di esprimere la loro radicalità con la politica e non con la violenza, è stata resa invisibile dall’azione di gruppi organizzati e militarizzati.
Questi gruppi hanno attraversato direttamente il corteo che li ha contestati, attaccando non solo le forze dell’ordine, le banche e altri “simboli del capitalismo”, ma anche i manifestanti stessi.
La voce di centinaia di migliaia di donne e uomini che in coro urlava “fuori, fuori, fuori” dal corteo e “scopriti la faccia” è ciò che ci consolava, mentre camminavamo con lo striscione ormai arrotolato e la tachicardia ancora palpabile. Allo stesso modo ci ha aiutato lo stare assieme, dentro una situazione surreale e incontrollabile per noi. Le relazioni politiche sono anche questo: stringersi le braccia, condividere emozioni e ansia, sistematizzare i pensieri e dal dolore uscire con un’analisi in cui ognuno porta un pezzetto di avanzamento.

Non è un segreto, noi siamo contrari/e senza se e senza ma alle forme di lotta violente e militarizzate, alla sciocca confusione tra guerriglia urbana e resistenza di massa. Rivendichiamo culture di sinistra, dal femminismo alla nonviolenza che fanno della critica al militarismo e alla gerarchia una base della propria idea di società e di politica.

Chi ha giocato alla guerriglia, usandoci come scudo, ha trovato la grave e criminale gestione della piazza di Maroni e Alemanno. Le forze di polizia, che dovrebbero garantire la libera espressione del dissenso, hanno attaccato una piazza, caricato e lanciato fumogeni ad altezza d’uomo, caricando anche pezzi del corteo pacifici e ignari. Non hanno isolato – prima, durante e mentre – i gruppi dal volto coperto e le mazze, che a Roma hanno agito indisturbati. Sul percorso del corteo sono stati lasciati cassonetti e auto che invece, in questi casi, sono abitualmente rimossi.
Chi visibilmente era orientato ad esercitare violenza ha attraversato tutto il corteo indisturbato, ostacolato soltanto dalle grida di dissenso dei manifestanti. E chi si è trovato ostaggio in Piazza S. Giovanni ha subito cariche indiscriminate e irresponsabili.

Qualcuno ha deciso che gli obiettivi da difendere a ogni costo erano i palazzi e i simboli del potere finanziario, mentre il diritto a manifestare era una pedina sacrificabile. Le cittadine e i cittadini che manifestano per questo governo non meritano protezione. Si è lasciato che andasse così, perché il giorno dopo l’attenzione fosse focalizzata sulle fiamme e sui vetri rotti piuttosto che sul grande risultato di partecipazione?
Non è parte della nostra storia affidarci alla polizia né ci interessano le discussioni complottiste e dietrologiche su manovre e complicità.

Noi costruiamo un movimento e su questo vogliamo invitare a una riflessione: in qualità di manifestanti è sui manifestanti che vogliamo concentrarci, interrogando passioni e comportamenti che attraversano un movimento plurale e complesso.

Quello che abbiamo visto ieri a via Cavour, al Colosseo, a piazza San Giovanni erano gruppi organizzati che si muovevano agilmente e in modo ordinato per scatenare la guerriglia. Erano esterni allo spirito della piazza, infatti sono stati a coro unanime apostrofati dal corteo stesso, come abbiamo detto. Però non possiamo evitare di chiederci quanto le loro pratiche e il loro immaginario che riduce il conflitto a scontro, che scambia la radicalità con la violenza siano ancora diffuse. E ci chiediamo le ragioni della difficoltà ad agire un conflitto, franco, aperto nel movimento su pratiche e modalità di comportamento misere e dannose.
Ci chiediamo quanto pratiche militariste e machiste segnino culture politiche che sono dentro questo movimento. Ci riferiamo a quelli che tollerano le violenze e dall’interno del movimento e non fanno di tutto per ostacolarle, a chi un po’ cinicamente dice “questi ragazzi fanno bene a spaccare le vetrine delle banche e a incendiare i suv”; a chi paternalisticamente “comprende” che la rabbia, la disperazione di una generazione senza futuro possa esprimersi picchiando e gettando bombe carta; a quelli che fanno a gara a chi è più sborone e macho.

Parliamo di realtà e gruppi che oggi hanno atteggiamenti differenti, che a loro interno sono attraversati da diverse posizioni, e tuttavia condividono un immaginario che subisce il fascino della violenza, per i quali quando aumenta la rabbia bisogna “alzare il livello dello scontro” e mettere a ferro e fuoco la città.

Noi crediamo invece che la rabbia, la radicalità e la violenza non siano sinonimi tra loro e che la politica debba trasformare quella rabbia e quella indignazione nella costruzione collettiva di un’idea alternativa di cultura, di vita e di società.

 

Negli incontri pubblici che hanno preceduto il 15 ottobre, più volte ci è stato detto che “parlare di pratiche politiche e delle forme di lotta è un modo per dividere il movimento, che contano solo i contenuti”. Non siamo mai stati d’accordo: la questione delle pratiche è squisitamente politica. Oggi, dopo il conflitto esplicito tra la larga parte del corteo e i “plotoni” militarizzati che lo hanno attraversato questo è ancora più evidente. Il modo in cui si manifesta incide sulla prospettiva della mobilitazione, sulla sua cultura.

Chi mette in atto la guerriglia, non permette a chi ha altri linguaggi (sfilare, ballare, scioperare, cantare, occupare, pedalare… ) di manifestare. La violenza non è “una pratica tra le altre”, perché non permette ad altre forme di lotta e linguaggi di esprimersi, perché impone a tutti e tutte le proprie regole. Noi eravamo in piazza a volto scoperto, con uno striscione in mano, con bambini/e al seguito, con gli adesivi colorati e, in più momenti del corteo, ci guardavamo allertati avanti e indietro, per poi essere bloccati, dietro agli scontri, ai nostri lati via di uscita bloccate. Non siamo riuscite/i ad arrivare a Piazza San Giovanni: è stata così rispettata la nostra scelta di manifestare pacificamente?

Ci sono pratiche politiche che ne escludono altre. Eppure, nelle mobilitazioni, pratiche diverse convivono una accanto all’altra, senza reciproca interrogazione. Quasi per paura di far valere le differenze. E’ ora che ricominciamo a parlare di questo apertamente, liberi dalla retorica del tradimento e della fedeltà, dalla logica dello schieramento. Proviamo a farlo.

SEL sostiene Marco Doria

Comunicato stampa


Ieri sera si è riunita l’assemblea provinciale di Sinistra Ecologia Libertà che ha concluso un percorso di riflessione avviato in assemblee nei circoli cittadini e in tutti gli organismi del partito la scorsa settimana rispetto alla candidatura di Marco Doria alle prossime primarie genovesi.

Sinistra Ecologia Libertà è unita nel mettersi a disposizione di Marco Doria e ne  sostiene il percorso di candidato alle primarie per il prossimo candidato sindaco del centrosinistra.

 

Genova, 11 ottobre 2011

SEL SU FINCANTIERI: DI NUOVO AL PUNTO DI PARTENZA? ROMANI E’ FERMO? MARTEDI’ NECESSARIE RISPOSTE VERE

COMUNICATO STAMPA

 

 

Da ieri i lavoratori del Cantiere Navale di Sestri Ponente sono in assemblea permanente, di fatto occupano il cantiere. Le manifestazioni di questi giorni sono un pesante monito per Finmeccanica e per il Governo, che ad oggi non sono stati conseguenti a nessuna delle promesse dei mesi scorsi.

I soldi per l’Accordo di Programma di competenza del Governo sono svaniti, commesse civili a partire da marzo 2011 non ce ne sono, si comincia a dare per scontato che si possa chiudere Sestri Ponente come effetto della crisi della cantieristica a livello mondiale, a cui non si è peraltro capaci di reagire in nessuna maniera . Passati i mesi ci sembra paradossale che si sia tornati al punto di partenza.

Come SEL, nel denunciare invece con forza le responsabilità tutte politiche di questa situazione guardiamo al tavolo di convocato per martedì come all’occasione per verificare se nel ministro Romani vi è o meno un interlocutore credibile.  sicuramente è necessaria in quella sede una rinuncia da parte dell’Azienda a mettere cantiere contro cantiere. In seguito potrà essere utile un tavolo regionale che finalmente coinvolga anche tutte le istituzioni locali, ma solo quando sarà chiaro che non si intende resuscitare il pessimo Piano Industriale dell’Amministratore Bono già a suo tempo ritirato.

Ci spiace per chi dice che non è tempo di manifestazioni contrapposte, ma per noi non è tempo di buonismi di facciata ne di non prendere posizione: il sindacato si pone con ragionevolezza e buon senso, la richiesta di una commessa, anche spostata da altri cantieri, per superare il 2012 sarebbe un segnale importante ed è un minimo segnale necessario. Intanto continuiamo a considerare il dott. Bono più un commissario liquidatore che un manager impegnato nella difesa di una risorsa industriale per l’Italia come la cantieristica, e sosteniamo le lotte e i conflitti dei lavoratori che criticano e si oppongono alle scelte scellerate di Finmeccanica.

Crediamo che, come mesi fa disse il Presidente Napolitano, più che da questo management dell’azienda sia da gli stessi lavoratori e dal loro patrimonio di esperienza ed professionalità che possano venire proposte per il ciclo produttivo, ma intanto riteniamo assurdo che si rinunci completamente al mercato crocieristico per Sestri, senza tra l’altro che Finmeccanica ragioni su nessun altro ciclo produttivo in maniera proattiva.

Come SEL alcune idee peraltro noi le abbiamo avanzato più volte a livello sia locale che nazionale, in particolare il potenziamento di innovazione e ricerca nelle  cosiddette “navi verdi”, nella riconversione delle “carrette del mare”, nella produzione di gasiere, piattaforme off-shore anche eoliche ecc. Tutto questo però a patto che non diventi un pretesto per Finmeccanica per chiudere il cantiere di Sestri Ponente tra pochi mesi, gettando nella disperazione centinaia di lavoratori e le loro famiglie.

 

Genova, 4 ottobre 2011

 

Valerio Barbini
Coordinatore Sel Genova

Matteo Rossi
Capogruppo Sel Regione Liguria

 

Prenota il tuo posto in bus…

per venire con noi a Roma il 1° ottobre!

Si sta preparando un pullman per andare alla manifestazione nazionale, partendo da Genova Sestri Ponente, intorno alle 7 del mattino, in modo da assicurare la massima presenza possibile.
Sono previste tappe per “raccogliere” compagn* lungo la strada: Genova centro, cavalcavia autostrada Genova Nervi, Sestri Levante, Spezia.
Il rientro, con le stesse tappe, è previsto in nottata.

Il costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 20 euro a persona.
Chi volesse partecipare lo comunichi al più presto via mail a questo indirizzo, per cellulare al 338 8059285 entro lunedì prossimo: il pullman ha posti limitati e dobbiamo sapere con certezza chi parteciperà.

Grazie.

Diamoci un taglio, alle spese militari

 

Parte la campagna di SEL per tagliare le spese militari. Persino Cameron in Gran Bretagna di fronte all’attuale crisi economica e dei conti dello Stato ha deciso tagli sostanziosi alla spesa militare per 4-5 mld di euro. In Italia invece niente: le ultime due manovre, insopportabili dal punto di vista dei tagli alla spesa sociale e ai servizi ai cittadini e profondamente ingiuste per la scelta di far pagare la crisi sempre agli stessi noti, cioè le fasce sociali medio basse e i lavoratori dipendenti, non hanno certamente intaccato le spese militari.

Eppure l’Italia spende più di 25 mld di euro l’anno per la spesa militare, pari a circa l’1,4 del prodotto interno lordo e assolutamente ingiustificabili nell’attuale situazione internazionale. Ma il punto oggi non è solo questo. E’ profondamente immorale continuare per esempio ad acquistare con i soldi pubblici aerei come gli F35 o le costosissime unità navali FREMM e

contemporaneamente tagliare servizi essenziali per i cittadini e mettere i tickets per la sanità.

Così come, oltre che sbagliato politicamente, è quanto mai oneroso per il bilancio dello Stato italiano continuare a spendere soldi per missioni militari che durano da anni, periodicamente rinnovate dal Parlamento in automatico, senza che se ne conoscano ormai gli esiti e le finalità – l’Afghanistan in primo luogo – o che nascono in modo improvvisato, con la pratica dei “volenterosi”, come è successo con la Libia.

Tutte buone ragioni per mettere al centro del dibattito politico e del confronto pubblico a tutti i livelli e in tutte le sedi un capitolo così importante per riaprire decisiva partita, importante per indirizzare le scelte verso tagli che fanno bene evitando quelli che fanno male.

E’ possibile firmare on-line seguendo questo link:

http://www.sinistraecologialiberta.it/petizione/